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DA PLATONE A WEBER LA CONDANNA DEL POPULISMO (seconda parte) di Angelo Musco

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Parte seconda: Weber e la Beruf (professione)
Platone, 2400 anni fa, aveva spiegato che un governo populista nasce quando, in un  momento di crisi, politici incompetenti e senza scrupoli blandiscono il popolo con falsi miti, incuranti delle conseguenze a medio termine dei loro dissennati provvedimenti.
E’ lo stesso tema che Weber ha affrontato con risultati e percorsi logico-mentali simili con il saggio “La politica come professione” del 1919 quando la situazione tedesca era drammatica e non mancavano progetti politici demagogici che poi si affermarono, dopo la morte di Weber, con il nazionalsocialismo di Hitler. Lo spunto per questa riflessione me lo ha dato la lettura di tre articoli a firma di Pere Vilanova, Joan Subirats e Luciano Canfora pubblicati sul n. 1/2019 di Micro Mega.
Preliminarmente ritengo necessario chiarire che il sociologo tedesco definisce l’attività del politico con una parola,
Beruf, che molti commentatori autorevoli hanno tradotto con
Vocazione, intesa come professione intrisa di etica, senso del dovere, responsabilità, qualità caratteristiche della cultura calvinista/luterana. Parlare, quindi, di politica come professione occorre intenderla alla tedesca come impegno di elevato profilo morale.
Altra considerazione preliminare riguarda la caratteristica fondamentale dello Stato di diritto basato su un modello giuridico costituzionale: il principio di continuità che in politica estera significa rispetto per i trattati, le convenzioni e gli accordi politici e commerciali e, nell’ambito della politica interna, significa gestire le risorse per eliminare squilibri, promuovere l’incremento del reddito
nazionale, evitando ogni volta di annullare quanto fatto dai governi precedenti.
Continuità in politica estera e interna sono segni distintivi del buon funzionamento dello Stato che può essere garantito solo da una Amministrazione preparata che conosce le leggi, le regole di
funzionamento dello Stato, abituata al rispetto delle gerarchie e delle prerogative; un complesso di Funzionari, di regole e di strutture che non possono essere messe in discussione ad ogni cambio di maggioranza senza danneggiare lo svolgimento dell’attività politica.
In tale contesto di valori e regole di funzionamento, Weber chiarisce che fare politica significa aspirazione all’esercizio di una vocazione in cui impegno ed etica sono finalizzate a esercitare un
potere politico che consenta una più razionale distribuzione delle risorse. Vocazione, etica, razionalità, equa distribuzione delle (limitate) risorse sono parole dense di significato che si
debbono tradurre in un programma politico chiaro e ben definito da illustrare con parole chiare al popolo elettore, affinché possa poi verificare i risultati confrontandoli con le promesse.
Il buon politico inoltre, sostiene Weber, non nasce improvvisamente dal nulla, ma deve essere formato affinché possa definire i contorni di una visione strategica e approfondire, coerentemente, la conoscenza di come produrre e distribuire la ricchezza, ne deve quindi conoscere i meccanismi, ricorrendo ove necessario alle migliori consulenze tecniche, avendo consapevolezza che ogni decisione avrà un impatto diverso sui diversi gruppi sociali che formano la comunità.
Essendo la Politica Economica una scienza sociale ben lontana dalla matematica, non esistono ricette assolute e sicure, ma compromessi fra risultati opposti che possono solo essere frutto di dibattiti, valutazioni di idee e punti di vista diversi. In altre parole il politico di professione non è un uomo solo al comando che per quanto illuminato vedrà solo il suo punto di vista, ma un
professionista capace di ascoltare, valutare e fare sintesi in una logica di mediazione senza mai rinunciare ai principi etici fondamentali che sono alla base del suo programma elettorale.
Appare evidente che un buon politico ha bisogno di una formazione complessa che solo un partito capace di aggregare idee e persone con regole di funzionamento democratiche può dare; è nel partito, inoltre, che si inizia il processo di formazione del consenso che è il presupposto stesso della democrazia di ciascun paese.
Oggi abbiamo una classe politica che governa (e ha governato) con un occhio ai sondaggi e l’altro alle reazioni dei social media, che, senza aver alcun disegno strategico di come formare e distribuire ricchezza si accanisce nell’annullare quanto fatto dal governo precedente, ridiscutere trattati e convenzioni estere, insultare gli avversari ma anche tutti coloro che si oppongono ai loro disegni compresi gli organismi sovranazionali, senza valutarne le conseguenze, certi che il popolo si entusiasma e approva i discorsi roboanti che evocano azioni forti e decise.
Dopo quasi due millenni e mezzo la società è cambiata, ma l’animo umano sembra immutabile e la formazione di un buon governo appare sempre condizionato dalla inconsapevolezza degli elettori su cosa significhi governare.
I demagoghi sbandierano l’onestà, prerequisito indispensabile insito nel significato di professione, ma spesso dimenticano che l’onestà va conservata nell’esercizio del potere: “Ci si conserva onesti il tempo necessario che basta per accusare gli avversari e prendergli il posto ” (Leo Longanesi). Non basta, il politico di professione deve rispettare saldi principi etici, rispettare gli avversari, ma soprattutto deve essere competente. Formazione, passione, lungimiranza, superamento delle difficoltà sono concetti in antitesi con la demagogia delle promesse facili e dei selfie per ottenere i like che tanto piacciono ai nostri vanitosi, quanto
incapaci , governanti. Il politico di professione deciso a realizzare il suo programma elettorale deve saper gestire gli elementi di contrasto con l’opposizione e saper scegliere, attraverso il dialogo e il confronto serrato, quali possono essere i compromessi necessari ed accettabili nel rispetto degli impegni elettorali. D’altra parte un elettorato informato e coinvolto nell’azione politica saprà verificare la coerenza fra gli obiettivi proclamati e quelli realizzati.
Un governo demagogico affronta i problemi complessi come disoccupazione, globalizzazione, migrazione, lavoro con ricette semplicistiche rivolte al presente, incurante delle conseguenze sociali ed economiche di medio periodo; è un modo di fare politica che richiede il consenso entusiastico e inconsapevole delle folle che verranno eccitate dalla propaganda ossessiva che richiama paure e
stimola interessi egoistici di singoli gruppi. Concetti come
difesa dei confini nazionali, rischio di inquinamento identità nazionale, prima gli italiani fanno presa immediata sul popolo, sembrano anche espressioni ragionevoli, ma fanno emergere sentimenti, di cui un tempo ci si vergognava, come xenofobia e razzismo dando loro una connotazione di valore patriottico.
Cosa fare quando la febbre della demagogia e del populismo ha corrotto la coscienza popolare?
Investire sulla conoscenza e sui giovani, definire un disegno strategico chiaro e condiviso e attendere che il popolo, toccato nei sui interessi civili e patrimoniali, si accorga degli errori fatti e corra ai ripari sperando che ciò non avvenga troppo tardi.