Home Società SPOLETO È SPORCA, I BORDI STRADA DELL’UMBRIA SONO DISCARICHE A CIELO APERTO

SPOLETO È SPORCA, I BORDI STRADA DELL’UMBRIA SONO DISCARICHE A CIELO APERTO

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“È vero, principe, che lei una volta ha detto che la bellezza salverà il mondo? domanda Ippolito, un giovane studente tisico, con soltanto due o tre settimane di vita, al Conte Myskin, il protagonista de “L’idiota” di Dostoevskij, riferendosi al quadro “Il Cristo nel sepolcro” dipinto dal pittore tedesco Hans Holbein il giovane.
Da esteta inguaribile mi sono aggrappato a questa pronunciamento del Conte Myskin per coltivare la mia speranza in un mondo migliore ma devo ammettere che attualmente, di fronte al degrado degli spazi urbani e dell’ambiente naturale, le mie certezze cominciano a vacillare e inclino, come Ippolito, al pessimismo.
La mia frequentazione di Spoleto e dell’Umbria è legata alla bellezza dei luoghi e del paesaggio. Devo constatare tuttavia che negli ultimi anni ho visto un progressivo scadimento del senso del decoro e della cura dell’ambiente. Ho sempre pensato all’Umbria come al paese di Giocondor ma cominciò a ricredermi.
Sono più di quarant’anni che passo il tempo del non lavoro a Spoleto eleggendo l’Umbria come mia seconda patria ma, purtroppo, sta accadendo qualcosa di analogo a quello che succede ad un uomo dall’avvenire radioso che, per uno oscuro stravolgimento interno o per un inspiegabile senso di sfinimento, si lascia andare, smette di curare la propria persona finendo irrimediabilmente per acquisire un aspetto sciatto e trasandato.
Il centro urbano di Spoleto, ad eccezione del suo cuore monumentale, è sporco, diciamolo. Ma anche il Viale della Stazione, Via Cerquiglia, Via Marconi. Un elenco puntuale sarebbe troppo lungo. Le vie, i marciapiedi sono lordati dai rifiuti: cicche di sigarette, cartacce varie, scontrini della spesa, bustine di plastica di merendine per bambini, bottiglie di birra, gli orribili bicchieri di plastica dell’ESTATHE.
Non parliamo poi delle cunette lungo i bordi delle strade comunali, provinciali e statali che sono vere e proprie discariche a cielo aperto dove trovi di tutto, perfino buste con rifiuti organici domestici abbandonati furtivamente sul ciglio. Si tratta di un fenomeno che tende a diffondersi come una sostanza inquinante venefica rivoltante allo sguardo, fuoriuscita da qualche oscuro recesso, che si espande inarrestabile a macchia d’olio e tutto e tutti fagocita ed inquina nel suo diffondersi. Per quale misterioso maleficio la regione che trent’anni fa si vantava di essere il cuore verde d’Italia, che ha nel turismo culturale ed
ambientale la principale risorsa, sta diventando lungo le principali strade di transito e di attraversamento un grande ricettacolo di immondizie che questo cuore verde lo lordano con la loro oscena presenza?
Percorrendo la nuova strada che collega Foligno a Civitanova per andare l’estate scorsa a trovare mia madre durante il suo soggiorno estivo in quella città, nel tratto prossimo al confine tra l’Umbria e le Marche, in località Colfiorito, in territorio umbro, c’è una piazzola di sosta dove, nel giro di appena un anno, si è formato un cumulo incredibile di rifiuti. Basta oltrepassare il confine e girare tra le dolci colline marchigiane come appunto è capitato a me lo scorso visitando insieme a mia madre alcune cittadine dell’entroterra e la campagna circostante per prendere atto di quanto l’Umbria e gli umbri stiano cadendo
in basso in fatto di senso del decoro e di cura dell’ambiente urbano e naturale.
Per quanto riguarda Spoleto non ci sono spiegazioni che tengano a giustificazione dello stato di degrado e al diffondersi della sporcizia minuta. Non so come fa la Municipalità di Barcellona a far sì che tutta l’area metropolitana sia pulita, ma proprio tutta, anche le zone più remote della città. Forse è lo strano miscuglio di precisione e rigore quasi svizzero e di disciplina, retaggio del franchismo unita ed una mediterranea propensione alla bellezza unita alla consapevolezza della crescente attrazione che la città esercita verso
l’esterno in ragione della compiutezza, decoro, e appunto bellezza e dei suoi spazi ad indurla a tenerla pulita e in ordine. Non dico che occorrerebbe fare come nel Centro di Barcellona dove una sorta di Task Force della nettezza urbana composta da tre netturbini alle 14,00 in punto arrivano, scendono da un camioncino attrezzato di tutto punto e rimuovono cartacce e cicche di sigarette abbandonate dai residenti e dai turisti, ma sicuramente le istituzione cittadine debbono attivarsi per tenere strade e marciapiedi puliti.
Analogamente serve un intervento deciso degli Enti e delle Istituzioni (Sindaci, Anas, Presidente della Regione e delle Provincie, soggetti gestori dei servizi) per arginare il degrado lungo le strade e le vie di attraverso.
Personalmente il mio crescente sconcerto e pessimismo di fronte al degrado diffuso dell’ambiente e delle città mi fa domandare: ma l’educazione ambientale nelle scuole, l’ambientalismo diffuso con le sue campagne di sensibilizzazione, l’azione di denuncia di testimonial attraverso i media, l’allarme dei climatologi, la consapevolezza dell’impatto negativo sulla salute derivante dall’inquinamento dell’aria e del suolo a cui concorre anche l’abbandono di rifiuti abbandonati dai singoli attraversando le vie della città o gettati dalle automobili in corsa, sembra non produrre alcun effetto né tantomeno generare
comportamenti più virtuosi.
La bellezza ha bisogno di occhi in grado di apprezzarla. La tutela dell’ambiente, come i sentimenti, presuppongono una azione educativa che discende da una pedagogia che ha chiaro il suo fine ed i suoi mezzi e che attinge a valori non contrattabili e universalmente condivisi da cui far discendere i percorsi educativi. In questi tempi in cui prevale la rabbia e l’irrazionalità sembra essere venuta meno proprio questa forma di consapevolezza. Il centro dell’interesse delle persone non è più l’ambiente naturale o quello urbano. Catapultati nella realtà virtuale, risucchiati dentro lo spazio digitale degli IPHONE,
partecipiamo in presa diretta degli accadimenti che avvengono altrove, a migliaia di chilometri di distanza, estraniandoci spesso completamente dalla realtà concreta in cui viviamo, dall’ambiente fisico in cui ci muoviamo.
Se l’operaio espropriato del prodotto del proprio lavoro e della partecipazione attiva alla sua ideazione propria della tradizione artigiana era per Marx l’emblema della alienazione indotta dal sistema capitalista nella realtà del lavoro, nelle attuali società del Web l’alienazione è questa vita trasposta dentro gli schermi, questa comunicazione via etere, questa finestra sul mondo che ci attrae fatalmente e che ci sottrae dal nostro spazio vitale e ci impedisce di vedere il grande disordine in cui versa la stanza in cui abitiamo. Non è
la bellezza che salverà il mondo ma noi cittadini e le istituzioni se riusciremo a riemergere dallo stato di
ipnotica dipendenza in cui siamo caduti e riaprire gli occhi sugli spazi e sui luoghi dove si svolge la nostra vita reale.

Parola di Eupalino!

Eupalino:
Autore dell’articolo

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