Home Architettura SULLA GENESI E SULLA FRUIZIONE DELLA FORMA ARCHITETTONICA

SULLA GENESI E SULLA FRUIZIONE DELLA FORMA ARCHITETTONICA

317
0
Moreno Orazi.
Autore dell’articolo

Un metodo poco scientifico ma molto stimolante immaginativamente.
Nel breve spazio di un articolo poco si può dire di un autore e tanto meno della sua opera. E’ più utile leggere un’opera con gli occhi di un architetto cercando di evidenziare la gestalt  dell’edifico, vale a dire i principi ispiratori e le architetture o l’opera di altri architetti che possono aver influito nella definizione dei caratteri formali dell’opera. Per quanto riguarda i principi ispiratori la forma dell’edifico è più attendibile delle parole
e delle spiegazioni verbali. Ogni edifico rivela le componenti linguistico-formali che presiedono alla sua genesi.

In realtà ogni opera d’architettura è un evento che riproduce quello biblico della creazione: è un mettere ordine nel caos cosmico rappresentato dalle molteplicità di immagini, di suggestioni, di concetti che l’architetto ha assorbito attraverso i suoi studi, i viaggi, le conoscenze di luoghi e delle esperienze di progettazione pregresse. E’ un processo razionale ed emozionale al tempo stesso in cui non tutti i passaggi sono sempre evidenti e chiari alla ragione anche di chi opera. Nei maestri e nei capiscuola contemporanei tuttavia la componente inconscia si restringe di molto. Direi che riguardo ad essi, sia che si tratti dei grandi
maestri del movimento moderno (Le Corbusier, Gropius, Mies van der Rohe) o dei post-modernisti della prima ora (Robert Venturi, Philip Johnson, Paolo Portoghesi) o degli attuali archistar (Jean Nouvel, Zaha Adid, Massimiliano Fuksas), Il processo di definizione della forma è sorretto da un pensiero lucido, mirato a
conseguire un determinato risultato formale; il controllo razionale sulla forma in relazione al perseguimento di un predeterminato esito estetico e spaziale coerente con una precisa teoria dell’architettura è massimo. Al tempo stesso altrettanto volutamente scelti e selezionati sono i richiami all’universo materiale immaginativo che le forme architettoniche che concepiscono evocano.

Di fronte ad un’architettura contemporanea che attira la mia attenzione lascio la mia immaginazione libera di inseguire senza censure le sensazioni/suggestioni che essa mi evocava come quando incontro per la prima volta una persona nuova che non conosco e che cattura la mia attenzione per un qualche misterioso fluido che emana. Cerco di farmi un’idea della stessa dai pochi elementi di cui dispongo: dai tratti fisiognomici, dai vestiti che indossa, dai vari complementi d’arredo (gioielli, orologio, cappelli etc.), da come si esprime. Se dovessi rappresentare questo metodo così poco scientifico, filologicamente scorretto, sicuramente trasgressivo in quanto mi espone a travisamenti molto forti, mi viene da paragonarlo a quello di un trapezista
che volteggia nell’aria senza una rete di protezione sotto. Si tratta senza dubbio di un esercizio ad alto rischio che scommette su una lunga pratica di osservazione e assegna alla forma esteriore una valenza determinante.

Mi sono persuaso con il tempo che ogni edificio, sia che sia progettato da un architetto di chiara fama sia che sia progettato da un professionista meno noto, mostra lo spessore del suo contenuto ideativo più profondo, rivelando se si tratta di un’opera di architettura convenzionale o originale proprio attraverso la sua forma. L’originalità in generale risiede nei rimandi figurativi che tali architetture evocano e che le ricollegano ad alcuni topos visivi rappresentativi dell’immaginario collettivo attuale o a esiti formali e spaziali fortemente originali e innovativi sul piano visivo e/o costruttivo.

In un elenco di architetture scelte tra quelle più note al grande pubblico che meglio palesano questa loro natura di opere rappresentative del modo di concepire la forma architettonica oggi includerei il Centro direzionale di Fontivegge di Aldo Rossi a Perugia, il Maxxi Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo di Zaha
Adid a Roma, l’Auditorium Parco della Musica di Renzo Piano sempre a Roma.

La prima di queste architetture, attuale sede di alcuni uffici della Regione Umbria, il corpo centrale della facciata visibile da Via M. Angeloni richiama alla mente alcuni caratteri degli edifici che contornano le famose piazze di De Chirico. Non è secondario che l’edifico nel progetto originario prospettasse su una piazza
pedonale rimasta incompiuta.
 
Della sede del Maxxi, progettato dall’architetto Zaha Adid a Roma, allorquando lo visitai per la prima volta, ciò che mi colpì fortemente fu l’inestricabile incrociarsi delle rampe d’accesso ai vari piani sospese nel vuoto percepibile dalla grande Hall di accesso e poi, percorrendole, affacciandosi dagli alti parapetti che mi richiamarono alla mente gli spazi paradossali e le scale impossibili di Escher. Mi sembrava che in quella
indistricabile rete di attraversamenti dentro la quale mi stavo muovendo si materializzassero alcuni degli spazi allucinatori del grande maestro incisore M. Escher.

 
Nel nuovo Auditorium di Roma di Renzo Piano le tre grandi sale concertistiche sono adagiate sul terreno come tre giganteschi coleotteri. La loro forma mi richiamò alla mente quella del capodoglio tragicamente arenatosi a San Rossano sul litorale pisano nel 2010 che mi era capitato di vedere in un rotocalco dell’epoca che dava la notizia dell’avvenuto “spiaggiamento” del povero animale. Comunque nell’uno o nell’altro caso
si tratta di una architettura che si richiama, non penso casualmente, a forme zoomorfe.

 
 

Queste tre architetture mostrano in modo evidente come recentemente gli architetti stiano sempre più sconfinando dai confini disciplinari per con-fondersi, nel fare architettura, con le altre arti della visione adottando procedure immaginative e perseguendo una dimensione oggettuale e figurativa negli edifici che era propria degli oggetti estetici prodotti dalla arti plastiche e visuali. Nei musei e negli edifici destinati ad eventi espositivi, soprattutto, l’architettura si trasforma da contenitore delle opere d’arte in oggetto d’arte esso stesso assimilabile ad esse e fruibile come tale.

Seguono altre due architetture esemplari che evidenziano il profondo mutamento genetico avvenuto in questi venti anni nelle processo immaginativo che presiede alla definizione della forma architettonica e l’allargamento dello spettro dei contesti espressivi, culturali o materiali di cui si nutre l’immaginario degli
architetti.

Il Creative Media Center realizzato nel 2005 a Hong Kong su progetto dell’architetto Rem Koolhaas con il suo profilo segmentato ed i suoi tagli evoca una composizione astratta, un macro dipinto o una macro scultura più che un edificio tradizionalmente. Nel definire la forma dell’edificio Koolhaas è senz’altro debitore del linguaggio puro-visibilista sviluppato negli anni ’30 del XX° sec. dal Neoplasticismo, il movimento artistico
d’avanguardia fondato nei Paesi Bassi nel 1917 da Piet Mondrian e Theo Van Doesburg che si proponeva, al pari di altri, di rinnovare i linguaggi dell’arte e dell’architettura per adeguarli ai mutamenti prodottisi nelle struttura economica e sociale a seguito dell’industrializzazione.

 
La grande struttura mistilinea che copre il percorso centrale principale del quartiere fieristico di Milano disegnata da Massimiliano Fuksas è sostanzialmente una copertura in metallo e vetro interrotta da giganteschi impluvia che raccolgono l’acqua piovana. La sua forma evoca le immagini contenute in alcuni testi
divulgativi scientifici per rappresentare la concezione einsteiniana della struttura dell’universo pensato come un continuum spazio-temporale contrappuntato da profonde depressioni a forma di imbuto dove si addensa la materia, i cosiddetti buchi neri.

  

Si è determinato in sostanza in questo primo ventennio del nuovo secolo un ampliamento pressoché infinito delle potenzialità espressive e delle capacità performative, la cui pre-condizione è il venir meno della scatola edilizia come già evidenziato in precedenti articoli.

di Moreno Orazi

La immagine del cetaceo morto sulla spiaggia di San Rossano visto qui

La rappresentazione del buco nero vista qui

Il Caffè Aubette di Strasburgo di Theo Van Doesburg visto qui:

L’immagine zenitale dell’Auditorium Parco della Musica vista qui

L’immagine del Creative Media Center di Hong Kong vista qui

L’immagine dell’Auditorium Parco della Musica di Roma vista qui

Le immagini della percorso centrale della Fiera di Milano di Massimiliano Fuksas viste qui

Le immagini della percorso centrale della Fiera di Milano di Massimiliano Fuksas viste qui.

L’immagine dell’incisone Relatività del 1953 di M.C.Escher vista qui