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TAKIGI NŌ, UN’ESPERIENZA LAICAMENTE MISTICA

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È decisamente uno “spettacolo da Festival”. 
Perché viene da lontano, perché è inusuale e costringe ad abbandonare la “zona di comfort”.

Facciamo due chiacchiere con Bonaventura Ruperti, professore ordinario dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ha curato la traduzione dei sottotitoli dal giapponese all’italiano dell’opera e ci racconta che prima di entrare in scena gli attori della compagnia si sottopongono, dietro le quinte, ad un lunghissimo rituale di preparazione, mentre il protagonista guarda fissamente e a lungo la sua immagine riflessa nello specchio prima di indossare la maschera.

Il primo atto è un rito sacro e rappresenta la semina del grano.
Il secondo atto è una preghiera propiziatrice di pace.
Il terzo atto è un dramma teatrale sull’amore filiale.
Sono tutti uomini, il protagonista porta la maschera, non c’è mai alcun contatto fisico tra di loro, i volti sono completamente inespressivi, la gestualità è ridotta al minimo.
Chi è abituato ai virtuosismi della danza, del canto e della musica rimane perplesso, chi si aspetta rocambolesche capriole, tuffi carpiati ed effetti speciali non ne trova.
L’infinita lentezza e ripetitività dei gesti indispone.

I volti e i corpi sono quasi completamente immobili, inespressivi. Anaffettivi.
Eppure il testo parla d’amore di un padre verso il figlio.
E invece c’è solo bisogno di tempo, come una meditazione.
Parte lentamente, molto, molto, molto lentamente.

Abituati ai nostri tempi frenetici si fatica ad entrare in sintonia.
Impazienza.

Arriva da lontano, ci vuole tempo.
Per costruire, ci vuole tempo.
La sonorità è data da tamburi a clessidra, un flauto e campanelli, scandita da versi gutturali così lontani dal nostro gusto e accompagnati da un coro.

Impazienza, un po’ meno però.
Nel terzo atto il ritmo cresce, il cuore inizia a battere all’unisono con le percussioni, si accendono i falò nei bracieri, uno stormo di rondini, compiendo tre giri esatti sulla testa degli spettatori, annuncia il calar del sole. La natura sa essere complice dell’arte.
La musica e i versi ripetuti diventano come un mantra, il respiro si allinea con l’universo. E la musica diventa ipnotica, quasi uno stato meditativo. All’interno del chiostro, per chi è disponibile a lasciarsi andare, c’è un piccolo rettangolo di mondo che respira all’unisono . Quando si esce si fatica a tornare ai ritmi usuali.
Se non siete ben disposti a fare una piccola esperienza laicamente mistica, non andate a vederlo, ma se pensate di predisporre il vostro animo, vi stupirete del dispiacere di vederlo terminare.

Kyōgen
SANBASŌ, KAGURASHIKI
con Norihide Yamamoto Sanbasō
Maibayashi
TAKASAGO 
con Yusuke Kanai La divinità di Sumiyoshi, shite 
Jiutai (coro)
Norimasa Takahashi, Katsunori Yabu, Kouki Sano, Takashi Kawase, Tetsuya Kidani
YOROBOSHI
con
Kazufusa Hōshō Shuntokumaru, shite 
Hiroshi Obinata Takayasu, il padre di Shuntokumaru, waki
Norishige Yamamoto Il servitore di Takayasu, ai-kyogen
Jiutai (coro)
Takashi Takeda, Satoshi Nozuki, Norimasa Takahashi, Katsunori Yabu, Kouki Sano, Takashi Kawase
Kōken (assistenti)
Yusuke Kanai, Tetsuya Kidani
musicisti
Ryūichi Onodera Nōkan (flauto)
Mitsuhiko Sumikoma Kotsuzumi (piccolo tamburo a clessidra)
Rokunosuke Iijima Ōtsuzumi (grande tamburo a clessidra)
Akio Mugiya Taiko (tamburo)
sopratitoli in italiano a cura di Bonaventura Ruperti
direttore di scena Kenichi Nomura (mihoproject)
direttori di produzione Akiko Sugiyama, Mihoko Akutagawa
 
con il sostegno di The Japan Foundation
in collaborazione con Change Performing Arts, City of Kanazawa
tour organizzato da Public Interest Corporation Hōshō-Kai