Home Costume INCENDIO DI NOTRE DAME. LO SPIRITO DEI TEMPI: LA PANCIA NON SI...

INCENDIO DI NOTRE DAME. LO SPIRITO DEI TEMPI: LA PANCIA NON SI NUTRE DI SIMBOLI

137
0

di MORENO ORAZI
Un articolo apparso su Il Messaggero di ieri spiega che i Gilet gialli sono di nuovo scesi in piazza sabato scorso, vigilia della Pasqua cristiana mettendo di nuovo a ferro e fuoco il Centro di Parigi. Il motivo di fondo che spinge i dimostranti alla protesta violenta sono, ancora una volta, i grandi squilibri economici e sociali che le dinamiche del neocapitalismo globale ha prodotto anche in Francia e la richiesta che vengano attuate di politiche redistributive tangibili e dagli effetti immediati.
Una rivolta, quella dei Gilet gialli, che richiama alla mente i giorni caldi della Comune di Parigi di un secolo mezzo fa quando il popolo scese di nuovo in piazza e per un momento sembrò che andasse in scena la Rivoluzione 2, o l’assalto ai forni di manzoniana memoria ma con ben altre aspettative. Contrariamente alla plebe manzoniana non è la fame ma la fuoriuscita dal meccanismo dei consumi a spingere alla rivolta i Gilet gialli.
La protesta di sabato ha assunto una connotazione particolare legata all’evento dell’incendio di Notre Dame. La raccolta in tempi record di un miliardo di euro in meno di 48 ore per riparare i gravi danni prodotti dall’incendio ricostruendo le parti andate in fumo di Notre Dame ha fatto indignare ancora di più i Gilet gialli. Il pensiero dei rivoltosi, secondo l’articolista de Il Messaggero era riassunto in uno dei cartelli e striscioni che aprivano uno dei due cortei organizzati dai Gilet gialli: “Victor Hugo ringrazia per i generosi doni a Notre dame e vi prega di fare la stessa cosa per i miserabili”
I Gilet gialli sembrano riaffermare ancora una volta il primato del benessere personale su quello identitario collettivo. – I soldi si trovano per riparare la Cattedrale ma non ci sono per alleviare il malessere delle fasce più marginali della società? I conti non tornano proprio. La grande imprenditoria sostiene economicamente il restauro di Notre Dame, allora apra le sue borse con la stessa prontezza e velocità anche per chi vive di stenti, per chi non arriva a fine mese e per chi rischia di essere escluso dalla società dei consumi. Prima dei monumenti veniamo (come da noi vengono Prima gli Italiani). I soldi vanno girati a noi e poi, se avanzano, alla ricostruzione del monumento, sembrano lasciare intendere i dimostranti. O almeno questa è l’interpretazione dell’articolista ed il messaggio condensato nel titolo.
Per i Gilet gialli che i monumenti diano lustro alla comunità che li ha edificati e di cui sono espressione, che conferiscano dignità ed identità a tutti i suoi membri, che rafforzino il senso di appartenenza dei singoli, che allevino il senso di prostrazione dei diseredati e dei indigenti offrendo loro una sorta di riscatto a livello collettivo sembrano affermazioni retoriche prive di concretezza. Si tratta di rappresentazioni consolatorie, elaborate dalle élites intellettuali per rimarcare il loro status privilegiato, che non incidono sulle condizioni reali di vita di quanti la crisi economica ha sospinto nelle fasce più marginali della società. La pancia non si nutre di simboli.
Se questa è l’interpretazione giusta dello slogan che apriva sabato uno dei due cortei c’è poco da rallegrarsi: siamo ben oltre il bene comune, siamo all’egoismo personale eletto a valore assoluto e collettivo. Sono i concetti di convivenza, di civiltà, di confronto propri dei sistemi democratici rappresentativi ad essere entrati in crisi sotto la pressione del neocapitalismo globale e della pseudo-democrazia dei consumi esercitate dalle attuali società mercantili che coltivano in modo ipertrofico l’io individuale.
Non è il superamento del sistema neocapitalistico ciò che sembrano rivendicare i Gilet gialli ma, paradossalmente, il suo rafforzamento attraverso la richiesta che vengano garantiti a ciascuno individualmente gli standard di consumo personale medio, non un progetto di organizzazione sociale più giusta che sconfigga la povertà e gli squilibri del mondo attuale e che tenga conto della dimensione planetaria dell’economia.